UNA FRASE, UNA RIFLESSIONE: IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO: TUTTO IL MALCOSTUME NOSTRANO IN UNA “STRIZZATINA D’OCCHIO”

A cento anni dalla nascita di Vittorio Gassman, riscopriamo In nome del popolo italiano, un film che ha saputo incarnare la tendenza all’illecito della nostra società, tra metafore e domande irrisolte.

Era il dicembre del 1971 e nelle sale usciva In nome del popolo italiano, commedia amara in cui il duo Tognazzi-Gassman ben esprimeva la mancanza di moralità, la tendenza alla corruzione e l’illegalità diffusa dell’“italiano comune”. Manifestava, in sostanza, un malcostume che sarebbe poi dilagato nei decenni successivi e che ancora oggi dilania la nostra società, probabilmente ancor più di allora.

Mario Bonifazi (Tognazzi) è un giudice integerrimo e irreprensibile, contraddistinto da un’etica ferrea. Indagando sulla morte di una prostituta d’alto bordo, salta fuori il nome del noto capitano d’industria Lorenzo Santenocito (Gassman), imprenditore gradasso, disonesto e dedito alla corruzione. Bonifazi intravede la possibilità di far pagare finalmente a Santenocito il prezzo delle illegalità commesse, tuttavia la missione non sarà così semplice. Il conflitto tra onestà e immoralità, giustizia e illegalità, bene e male è tutt’altro che semplice e pacifico. E perfino poco definito.

Tra la commedia e il dramma

Così come poco definibile è anche il genere di In nome del popolo italiano. La presenza di “mattatori comici” come Tognazzi e Gassman, di un regista come Dino Risi e della celebre coppia di sceneggiatori Age & Scarpelli indurrebbe a catalogare la pellicola come una “commedia”. In realtà i toni che la caratterizzano sono molto più affini al genere drammatico, tanto da superare la tradizionale formula della commedia all’italiana.

Se è vero, infatti, che l’amarezza caratterizzava la commedia all’italiana degli anni Cinquanta e Sessanta – e ne dava spessore storico e sociale – è altrettanto vero che la goliardia, la battuta e il divertimento non mancavano.

Ma ora siamo nel decennio successivo. Gli anni Settanta sono certamente meno rilassati e sereni di quelli precedenti: sono in arrivo gli “anni di piombo”, comincia a dilagare quella corruzione che porterà, più avanti, all’esplosione di Tangentopoli, con quello che ne è seguito e che tuttora viviamo. C’è meno spazio per la risata pura e più per l’intensità drammatica con cui si denuncia il malcostume e il malaffare italiano (per avere un confronto, puoi leggere anche la nostra riflessione su Finchè c’è guerra c’è speranza del 1974 cliccando qui).

In nome del popolo italiano rientra perfettamente in questa evoluzione della commedia all’italiana: riserva i momenti di maggiore vivacità comica nei primi incontri tra Bonifazi e Santenocito (impossibile dimenticarsi dell’improbabile corazza da centurione con cui Gassman, prelevato da una festa in maschera, si presenta dal giudice) e diventa via via più crudo col passare delle scene. I rapporti tra i due protagonisti si fanno più duri, più intensi, più drammatici appunto, fino all’aspro confronto in riva al mare e all’urlo feroce di Santenocito: “Lei mi odia a livello ideologico! Lei è prevenuto contro di me! Lei non è un buon giudice!”.

Ma torniamo a uno dei più distesi incontri precedenti tra i due e a quella “strizzatina d’occhio”.

La strizzatina d'occhio, oggi come allora

Durante un interrogatorio, Santenocito, con il suo classico atteggiamento gagliardo e sicuro di sé, parla al giudice di quella “strizzatina d’occhio”, capace di “complicizzare” gli italiani.

«Italiani siamo, no? […] Noi siamo sempre complicizzati, in mancanza di meglio, da una strizzatina d’occhio, eh? Ed è appunto strizzandole rispettosamente e metaforicamente l’occhio che io le domando adesso: è proprio tanto riprovevole che un uomo nella mia collocazione non desideri esternizzare i suoi rapporti con una puttanella?».

Quella “metaforica strizzatina d’occhio” è il segnale per un tacito accordo, il tentativo di instaurare una complicità, la volontà di perseguire una reciproca convenienza. In una parola, è la corruzione.

In quel gesto semplice si racchiude un intero modo di vivere i rapporti sociali, umani e lavorativi. Dietro a un cenno all’apparenza banale si nasconde uno dei grandi mali della nostra società, capace di imbrigliare le aspettative delle persone oneste e di instaurare invece una rete relazionale basata sulla convenienza e l’illegalità. Ed è vero a tutti i livelli.

Spesso ci scagliamo contro l’illegalità presente ai vertici della società, e così ci indigniamo per le malefatte dei politici, delle grandi aziende, delle compagnie internazionali o dei gruppi di potere che muovono grandi interessi economici e finanziari. Certamente più è grande la posta in palio maggiore è la corruzione, senza dubbio. Ma l’illegalità risiede anche nei “piani bassi”, nel nostro quotidiano, e parte dai comportamenti di ogni giorno: ci accordiamo segretamente a scapito di qualcuno? Facciamo un favore (interessato) o lo riceviamo in cambio di qualcosa? Accettiamo o diamo una raccomandazione? Evitiamo una fattura regolare per risparmiare? Troviamo un accordo fedifrago? Attuiamo un escamotage per “farla franca”? Prevarichiamo qualcuno per il nostro interesse?

Quante strizzatine d’occhio diamo nella nostra vita?

Tante, troppe.

D’altronde quell’“italiani siamo” pronunciato da Gassman è così intenso e attuale da chiamare in causa gli spettatori di ogni epoca e provocare in loro indignazione e identificazione allo stesso tempo.

Siamo tutti Santenocito?

Nella celebre scena finale il giudice Bonifazi, immerso nella folla festante per una vittoria della nazionale di calcio, sembra riconoscere in ogni persona – dall’uomo distinto in giacca e cravatta al “coatto” romano – il “nemico” Santenocito, in una metafora assai chiara. Di fronte allo sconforto di cui è preda, prende quindi una decisione che metterà anch’egli faccia a faccia con la responsabilità etica delle proprie azioni, lasciando nello spettatore un’inquietudine che va ben oltre l’amarezza.

In nome del popolo italiano è un film che ci interroga sul confine tra giusto e ingiusto e che offre poca speranza, ma che allo stesso tempo convince dell’urgenza di un recupero del senso etico.

Perché se il palazzo di giustizia è distrutto (a inizio film crolla fisicamente, delineando una perfetta metafora), non resta che ripartire dalle fondamenta, agire secondo correttezza e legalità, annullare le “complicità” e rispondere come Bonifazi a Santenocito: «Io non accetto strizzatine d’occhio. Chiaro?».