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DUNE: UN SEME DA FAR GERMOGLIARE

Dune film

FANTASIE ECOLOGICHE: DUNE

DUNE: UN SEME DA FAR GERMOGLIARE

Arriva finalmente nelle sale l’atteso e ambizioso remake del romanzo di Frank Herbert, diretto da Denis Villeneuve .

«Io sono un seme», così dice Paul Atreides a circa metà del capolavoro di Herbert del 1965.  

Una rivelazione che gli viene dal deserto, dalla spezia contenuta tra i granelli di sabbia, come una droga che altera la percezione spazio-temporale, che si trova su Arrakis.  

Dune, il remake di Denis Villeneuve, sbarca al cinema nel 2021, dopo essere stato presentato in anteprima al Festival Cinematografico di Venezia. 

 

L’universo è dominato da un sistema feudale, chiamato l’Imperium, dove il potere è nelle mani dell’imperatore, sotto cui si trovano importanti casate, come quella degli Atreides.  
Arrakis è un mondo su cui l’Imperatore ha posato gli occhi, ma non ha mai capito quale fosse la vera perla di questo pianeta. Concentrato su una spezia, sostanza che permette i viaggi spaziali, è costretto a lasciare Arrakis, senza alcuna spiegazione logica. Anni dopo assegnerà Arrakis come feudo personale al Duca Leto Atraides e alla sua famiglia. 

Suo figlio è il protagonista della saga di Dune, Paul Atreides, e sua moglie, Lady Jessica, è una bene Gesserit, un ordine quasi religioso che tesse le fila del panorama politico, attraverso unioni di sangue e complotti nell’ombra.  

Paul è un tassello speciale che porta finalmente a galla lo scopo vero di quest’ordine: la nascita di un eletto, chiamato anche Muad’dib, Usul, Lisan al Gaib, Kwisatz Haderach, Madhi.  

Un seme, creato con uno scopo, ma dalla crescita imprevedibile che penetra in profondità, si diffonde, si trasforma, modifica il territorio e l’assetto politico circostante.  

Paul Atreides è l’erede del Duca e allo stesso tempo è stato educato come un Gesserit, con capacità che l’umanità può solo immaginare e, per questo, deve essere pronto, preparato e abbastanza forte.  
Il giovane ha strane visioni e da sempre sogna quel pianeta dalla sabbia rossa, senza sapere perché. 

Sembra che l’Imperatore, Padishah Shaddam IV, abbia voluto fare un dono alla casata Atraides, ma una mossa politica è molto più di quello che appare.

Quando un dono non è un dono? 

Alla casa Atraides non resta che sbarcare su Arrakis e conoscere quelle Dune che nascondono molto di più: un segreto, una forza. Sono i Fremen, il popolo nativo del pianeta. 

 

Dune di Villeneuve non è solo un remake, è anche un prequel. Il regista affronta quelle 700 pagine di Frank Herbert e lo trasporta al cinema, scontrandosi con la prima edizione, quella dello stupefacente David Lynch, del 1984, il primo film di fantascienza affidatogli direttamente dal produttore Dino De Laurentis. 
Aveva appena rifiutato la proposta di dirigere Il ritorno dello Jedi, il terzo episodio della saga di Star Wars, ritenendo che l’opera fosse già troppo definita da George Lucas. 

Un’opera che ha richiesto una forza lavoro notevole: tre anni per studiare il look insieme allo scenografo Anthony Masters (2001: Odissea nello spazio); un anno di lavorazione negli studios di Città del Messico con quattro troupe diverse in 75 set con oltre 600 persone; 6 mesi di riprese e 6 mesi di post-produzione per gli effetti speciali; circa 40 milioni di dollari il budget complessivo per la produzione del film. 

Confrontandosi con questa gigantesca macchina produttiva, Villeneuve rinuncia a un’illusoria sintesi, che avrebbe potuto portare a buchi di sceneggiatura, e ci propone una prima parte di notevole durata, eppure efficace.  

La grandezza del regista di Dune sta nel modo in cui è riuscito a contenere una serie di idee, temi, suggestioni, creando luoghi e situazioni sempre diverse, senza perdere specificità: niente è lasciato al caso. Nonostante la facciata di epicità eroica che troviamo in Dune, scavando a fondo troviamo sì il viaggio dell’eroe – di cui l’opera ne fa un’aspra critica –, ma anche un trattato di filosofia politica, di psicologia, di etica e di religione. Ma c’è anche una riflessione politica, che ruota attorno al concetto di lotta di classe e agli effetti del colonialismo. 
Non solo.  
Si tratta anche di una riflessione ecologica che anticipa alcune problematiche più attuali che mai. 

Per cui, allo spettatore viene da chiedersi: se non fosse per i viaggi spaziali, saremmo davvero nell’undicesimo secolo? 

 

Al di là delle tematiche e della la sceneggiatura, Villeneuve effettua anche una geniale scelta di cast. Timothée Chalamet nel ruolo di Paul Atreides è credibile, coerente, giovane e allo stesso tempo alla ricerca della maturità: lo stesso percorso che deve fare il suo personaggio.  

La sua giovane età e la sua fisicità sono molto simili al personaggio che interpreta; pare quasi, com’è stato definito da diversi critici, “un Amleto in formazione”.  
 

Accanto a lui troviamo altri grandi attori, tra cui Rebecca Ferguson e Lady Jessica. Una presenza forte in questa prima parte. Nella seconda, ci aspettiamo, dovrà passare il testimone a Chani, intrepretata da Zendaya, famosa per Euphoria e Spiderman 

 

Tutti elementi che possono creare un mix perfetto, a cavallo tra un remake e un prequel. 

Questo film però costituisce solo la prima parte del progetto, il cui giudizio resta inevitabilmente in sospeso. 

 

Dune di Herbert è un insolito soggetto letterario, pieno di snodi, intrecci e riflessioni da svelare: uno dei romanzi di fantascienza più influenti di sempre, che ha dato origine a una saga che ha cambiato l’immaginario collettivo del genere. 

È un seme. Proprio come questo primo film di Villeneuve.