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VEDERE O “VIVERE” L’ARTE

Arte virtuale col Covid

COMUNICAMENTE: VEDERE O “VIVERE” L’ARTE

VEDERE O "VIVERE" L'ARTE

La pandemia ha obbligato i musei a chiudere e a rimanere in contatto col pubblico attraverso visite virtuali: strumenti certamente utili ma allo stesso tempo rischiosi, perché esiste una grande differenza tra digitalizzazione e virtualizzazione.

Le chiusure imposte ai musei dalla pandemia hanno permesso di esplorare nuovi territori e percorrere nuove strade, così abbiamo potuto visitare sale museali sdraiati su un divano, osservare quadri sullo schermo di uno smartphone o partecipare a tour virtuali davanti a un pc senza uscire di casa. Una digitalizzazione che mancava a molti musei italiani e che porta certamente dei vantaggi, ma siamo sicuri che la virtualità sia del tutto benefica per il mondo dell’arte?

Per noi, no.

 

Ma andiamo per gradi.

A fine febbraio ’20 dilaga tragicamente nel nostro territorio il coronavirus, l’Italia “chiude” (primo Paese in Europa ad adottare misure così restrittive e coraggiose) e rimaniamo tutti chiusi in casa. Da allora – tranne alcuni brevi momenti di riapertura – il mondo dell’arte e dello spettacolo tenta di sopravvivere, con i cinema e i teatri chiusi, i concerti vietati, i musei con le serrande abbassate.

Così i luoghi dell’arte di tutta Italia – e non solo, chiaramente – si sono attrezzati per non fermare la cultura e raggiungere ugualmente i potenziali visitatori offrendo loro possibilità di fruizione alternative, tra visite virtuali e soluzioni innovative. Così, giusto per citare qualche esempio, il Museo Egizio ha offerto tour virtuali attraverso “Le passeggiate del Direttore”, la Pinacoteca di Brera ha parlato delle opere attraverso analisi fornite dal personale del museo, la Galleria degli Uffizi ha sfruttato i social per il progetto “Decameron” e si è addirittura tuffata nel mondo di TikTok.

Era un buon modo per affermare che, nonostante tutto, la cultura non si fermava e che rimaneva accessibile, con altri mezzi e online. Assolutamente condivisibile, ma c’è un “però”, che Marlene Muller, su Artribune evidenzia molto bene con questa frase:

 

                               “Il mondo online è tutto e subito. Il mondo del museo è tempo e riflessione”

 

La modalità di fruizione di un’opera è talmente importante da influenzare la percezione che lo spettatore ha di essa. Siamo allora sicuri che la velocità, l’immediatezza e l’estemporaneità tipica dell’online e, ancora di più, dei social siano le qualità giuste per poter apprezzare un’opera e che, più in generale, rappresentino una valida risposta alle chiusure dei musei? Il rischio non diventa allora quello di banalizzare e “svuotare” il momento della ricezione artistica personale, di impoverire di conseguenza l’opera stessa e, in fondo – rischio dei rischi –, di rendere addirittura normale questa modalità di fruizione?

 

Al momento non abbiamo dati certi – per i quali servirebbero comunque tempo e un’analisi approfondita –, ma i trend di Google ci offrono un’indicazione chiara (e potremmo dire rassicurante) sulle modalità standard di ricezione. Analizzando la quantità di ricerche del termine “museo virtuale” su Google nel periodo compreso tra l’1/11/19 e il 2/4/21 notiamo un picco tra marzo e aprile 2020 (in pieno lockdown, chiaramente) e poi un successivo persistente disinteresse, nonostante una lievissima risalita nei mesi della “seconda ondata” che ancora viviamo.

musei virtuali

Ancora più significativa è l’analisi relativa ai Musei Vaticani (normalmente il museo più visitato in Italia/Stato del Vaticano). Nello stesso periodo considerato, la ricerca “musei vaticani virtuali” raggiunge un picco nei mesi di lockdown per poi appiattirsi quasi totalmente.

L’esperienza delle visite virtuali sembra più rispondere, dunque, a una curiosità estemporanea dettata dalle condizioni piuttosto che a un reale interesse.

musei vaticani virtuali

Ciò non vuol dire che sia sbagliato “digitalizzarsi” – anzi, è doveroso – ma che è necessario farlo con finalità puramente non sostitutive. Il concetto non è infatti sostituire una visita reale con una virtuale oppure una guida in carne ed ossa con un chatbot, e nemmeno la fruizione intensa e riflessiva di un dipinto con un video musicale di pochi secondi arricchito di filtri e faccine varie. Il concetto è quello di interessare, di stuzzicare, offrendo qualcosa di diverso e integrativo. Come? Intensificando lo storytelling e stimolando l’interazione (ecco l’importanza dei social), ma anche semplicemente facendo conoscere qualcosa “in più”, di diverso e alternativo: per esempio svelando i segreti degli artisti di ieri e di oggi attraverso “video” in pillole o veri dialoghi con gli artisti stessi o i dirigenti, narrando curiosità e storie non raccontate di opere e musei, realizzando sale immaginarie e “aperte” ai contributi dei fruitori, ideando forme alternative di lezione. Tutto ciò che possa stimolare un coinvolgimento.

Tra l’anno scorso e quest’anno ci sono già stati buoni esempi: la Fondazione Prada ha per esempio fatto leva sul contributo degli artisti sulla propria pagina Facebook; il MUSE di Trento ha insegnato a realizzare un videogioco o a stampare in 3D; il Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia Leonardo da Vinci di Milano ha permesso di scaricare oggetti e opere d’arte da utilizzare nel videogioco Animal Crossing che permette di allestire, su un’isola, il proprio museo; Palazzo Strozzi di Firenze ha pubblicato dei video-testimonianza di artisti internazionali e, ancora di più, è riuscito davvero ad andare oltre i muri e le porte – chiuse – del museo con l’installazione La Ferita dell’opera dell’artista francese JR: un esempio eccezionale di come fare arte nonostante le chiusure, con una modalità contemporanea e adatta alla viralità dei social.

 

Per concludere, quindi, crediamo che la mera “virtualizzazione” dell’arte sia controproducente per l’arte stessa. Impoverisce l’esperienza e rischia di abituare il fruitore a un distacco che non si confà al mondo dell’arte, che invece è presenza, contatto, emozione (positiva o negativa), scoperta, meraviglia, perfino rifiuto. Qualcosa, comunque, che uno schermo o una visita virtuale non può dare.

Ben venga, invece, la digitalizzazione, l’arricchimento del linguaggio, l’avvicinamento alle nuove generazioni, lo sviluppo degli strumenti di interazione, l’uso dello storytelling, perfino l’adozione di forme di gamification, ma con l’obiettivo di incuriosire lo spettatore, di stuzzicare il suo appetito, di farlo appassionare, di far crescer in lui il desiderio di vivere l’arte in prima persona.

Perché la questione sta tutta qui: non vedere, ma vivere l’arte.